Tre domande per capire quale forma di previdenza complementare fa per te. Il criterio che uso è semplice: prima il contributo del datore di lavoro, che nessun rendimento recupera se lo perdi, poi i costi, che pesano ogni anno per decenni. Verificato il 22 ottobre 2026.
1. Sei un lavoratore dipendente?
Sì
2. Il tuo contratto collettivo, o un accordo aziendale, prevede un fondo pensione di riferimento? Lo trovi nel contratto, in busta paga o chiedendo all’ufficio del personale.
Sì
3. Sei disposto a versare anche una tua quota, oltre al TFR?
Sì
Il fondo di riferimento del tuo contratto, di solito un fondo negoziale. Se versi la tua quota hai diritto anche al contributo del datore di lavoro previsto dagli accordi, e i fondi negoziali sono i meno cari: costi medi a dieci anni dello 0,49% contro l’1,35% dei fondi aperti e il 2,17% dei PIP.
No, solo il TFR
Puoi aderire con il solo TFR, ma rinunci al contributo del datore di lavoro: la legge non lo prevede quando aderisci solo con il TFR (art. 8, comma 10, del d.lgs. 252/2005). Il fondo di riferimento resta in genere il più economico; valuta se la quota minima prevista dal tuo contratto ti fa ottenere il contributo del datore.
No, oppure voglio una forma diversa
Fondo aperto o PIP, con adesione individuale. Se il contratto prevede un fondo di riferimento e scegli un’altra forma, il contributo del datore ti segue solo se gli accordi lo consentono: verifica prima di decidere. Tra fondo aperto e PIP confronta il costo del singolo comparto, non la categoria.
No: sono autonomo, libero professionista o non lavoro
Fondo aperto o PIP, con adesione individuale. Non c’è un contributo del datore da perdere, quindi a decidere sono costi, linee di investimento e servizio. Puoi aderire anche per un familiare fiscalmente a carico.
Se sei stato assunto da poco
Dal 1° luglio 2026 i lavoratori dipendenti del settore privato alla prima assunzione, esclusi i domestici, aderiscono automaticamente alla forma prevista dal contratto, con l’intero TFR e i contributi definiti dagli accordi. Entro 60 giorni dall’assunzione puoi rinunciare e scegliere un’altra forma oppure lasciare il TFR in azienda; la scelta si può poi revocare (art. 8 del d.lgs. 252/2005, modificato dalla legge di bilancio 2026).
Costi e rendimenti medi
| Forma | Costo medio a 10 anni (ISC) | Rendimento medio annuo netto 2016-2025 |
|---|---|---|
| Fondi negoziali | 0,49% | 2,4% |
| Fondi aperti | 1,35% | 2,7% |
| PIP | 2,17% | 3,1% |
| TFR lasciato in azienda | — | 2,5% |
I rendimenti medi mescolano linee molto diverse: nello stesso decennio le linee azionarie di tutte e tre le forme hanno reso tra il 4,8% e il 5,1% l’anno, le gestioni separate dei PIP l’1,5%. Per questo conviene confrontare il comparto che sceglieresti, non la media della categoria. Su 35 anni, un costo annuo più basso di un punto percentuale porta una prestazione finale più alta del 18-20%. Fonti: costi dalla Relazione COVIP per l’anno 2024; rendimenti dai dati COVIP al 31 dicembre 2025. Il costo di ogni singolo comparto si confronta con il comparatore pubblicato sul sito della COVIP.
Cosa ho lasciato fuori
I fondi preesistenti, cioè quelli già istituiti al 15 novembre 1993 in alcune aziende e banche: se il tuo datore ne ha uno, valgono le regole del suo statuto. E la scelta del comparto, che dipende dall’età e da quanto rischio puoi sopportare. Il confronto tra fondo pensione e risparmio libero è in Pensione integrativa o risparmio privato.
